martedì 9 settembre 2014

La strage degli Alberti. Pentedattilo scenario di un amore soffocato nel sangue.

A Teodora Alberti Marchesa di Pentedattilo e Duchessa di Melito

Reggio di Calabria 16. Aprile 1689.
Mi furono consegnati il libro e la lettera, dalla Reverendissima Madre. Di cui Voi cara sorella Vi siete compiaciuta di ricordare questa sciagurata. Vi supplico di non conservare più la mia memoria.
L’amore vostro è immeritato. Dentro queste mura non sarebbe miracolo vivere i giorni che Dio vorrà concedermi nel perdono. Prego, fo quello che devo! Io credeva, che la mia età e le circostanze m’avrebbero portato a prendere marito. Nel seno della confidenza, Voi sorella sapete quanto questa mia bellezza, che bella è molto, ha guidato la mano di un delitto atroce. Che manco Peppino a scannare i porci metteva tanta furia nella ferita insanguinata. Il Vostro conforto, che io non abbia. Ho perso il sonno. Ha ben giusto motivo di abbandonarmi. In questa testa, che così poco vale, non v’è niuna delle notti che l’urla non mi accompagnino. Perché mai, io debba stare viva? Fo meco stessa mille, e mille volte questa domanda. Oh! Caro amato fratello. Io fui causa di tanta sanguinosa morte. Lo sento gridare il nostro amato Alberto. La sua furia grida, null’altro puote! Quanto corta la vita dell’animella nostra, Simone. Perché tanto atroce il suo corso? Quale bestia, ditemi vi supplico, non mostra pietate davanti a un’innocente. Fossero le mie lacrime un balsamo salutifero sulle sue membra sanguinose. Ch’io non abbia pace! A Voi sola sorella, avanzo questa verità disgustosa. Io Bernardino l’amai, come una vergine costumata. Credetelo, è nella nostra natura darci agli uomini, e di loro essere nostre guide. Noi serviamo a figliare.  So, che queste non son cose da confessare. Oh, Dio! mi vergogno, e ne sento nelle viscere vivo il rimorso. Dovrete compatirmi; e la mia carne quella notte ha conosciuto la sua. Fui sposa di sangue! Non di mia volontà, cara sorella, non di mio piacere! Or ecco, pregai in ginocchio, e strappammi i capelli. Si ficcò dentro, e dentro. Pregai, Dio, o mio Dio! Acchè un suo figlio, non sgravasse dalla mia pancia. Ho dovuto cedere, e tuttavia, gli angeli tutti sono testimoni, e Dio mi perdoni. Come si fa con le vacche, la mano mia stessa, e dentro questo mio sesso, tutta intera avrei ficcato, a strappare simile ingiuria. E se un figlio ci fosse stato, il dimonio per me, come è il vetro; cogli occhi asciutti, e la mano sanguigna lo avrei fatto a pezzi, anche s’era pietra dura! Quanto è mai tristo il nostro corso, quanto veleno! Bisogna rassegnarsi, e pagare i tributi a Dio! Pur tuttavia, e mi dimando, col grandissimo dubbio, e fustigo la carne per icciò. Dio perfettissimo non guarda queste tribolazioni, non vede cotanta ferocia, e mi faccio persuasa che a nulla interessa la sorte nostra. Prego l’anima di nostro fratello, acchè gridi la notte, e il fiato suo sì forte da spezzare le dita di quella mano dannata. Di me vi dimenticate, sorella. Non amatemi, dacchè io non onoro il nome mio.  Io ho ricusato la vita, e resti qui non più veduta. Mia disperazione per non essere notizia d’ognuno, la storia de’ nostri amati, e la crudele fine. Se mai qualche valente scrittore, volesse favorire al Parnaso questa trista storia. Oh, come un simil favore mi cadrebbe in acconcio.  Il  Signore vi doni ogni benedizione, come io lo prego, e offerendomi tutta a sui comandamenti. Posso dir di più? E con ciò offero con tutto l’animo la mia divozione. Addio.
      Vostra devota miseranda, Antonia


16 Aprile 1686 viene sterminata con cruenta ferocia parte della famiglia di Antonia Alberti, marchesa di Pentedattilo e duchessa di Melito, i carnefici sono gli uomini del suo spasimante Bernardino Abenavoli da Franco, barone di Montebello.

Pentedattilo, borgo fantasma suggestivo e di singolare bellezza, è aggrappato con le sue dita (Pentedaktylos, ossia “cinque dita”) alle pendici del monte Calvario.

Pentedattilo (RC)
Arroccato a 30 km circa da Reggio Calabria, nel comune di Melito P.S., fu fiorente colonia calcidese, ricoprendo un ruolo strategico nel dominio della vallata percorsa dal letto del torrente Sant’Elia.


Pentedattilo, vista del torrente Sant'Elia
Negli anni ’60 la popolazione abbandonò questo antico blocco di arenaria il cui incanto rapì la vista anche ad  Edward Lear,  illustratore inglese dell’Ottocento, e Pietro Germi lo scelse come set per girare nel 1952 parte delle scene di “Il Brigante di Tacca di Lupo”.


Pentedattilo, panorama
Bisognerebbe raggiungerlo a piedi Pentedattilo, una camminata di circa 2,5 km che, a dirla con le parole di Edward Lear  che vi giunse nel 1847, “… ripaga qualunque sacrificio fatto per raggiungerla. Selvagge sommità di pietra spuntano nell’aria, aride e chiaramente definite in forma (come dice il nome) di una mano gigantesca contro il cielo, le case di Pentedattilo sono incuneate all’interno delle spaccature e dei crepacci di questa piramide spaventosamente selvaggia, mentre tenebre e terrore covano sopra l’abisso attorno alla più strana abitazione umana…” (Journals of a Landscape Painter in Southern Calabria)


Pentedattilo - Edward Lear, 1851
E sono proprio le tenebre e il terrore che fanno di Pentedattilo il teatro  di una strage efferata. La storia, mista a leggenda, vuole che Bernardino Abenavoli, barone di Montebello, innamorato della Marchesa Antonia Alberti e con la stessa in corrispondenza amorosa segreta, venuto a conoscenza del fidanzamento di quest’ultima con Don Petrillo, figlio del Marchese Pietro Cortés, dignitario del Re di Spagna alla Corte di Napoli,  organizzò una spedizione con circa 40 uomini al castello degli Alberti, con la complicità di Giuseppe Scrufari.

La notte del 16 aprile del 1686 nelle stanze del castello il sangue scorre a fiumi. Lorenzo Alberti, fratello di Antonia, viene assassinato a colpi di archibugio, e finito con 14 pugnalate; Simone il fratellino di 9 anni scaraventato contro le rocce; stessa sorte truce tocca alla madre Maddalena, alla sorella Anna e agli ospiti che quella notte incontrarono innocenti la furia degli uomini dell’Abenavoli.


Pentedattilo, il borgo
Vennero risparmiati Don Petrillo Cortez, tenuto in ostaggio al castello di Montebello, Antonia Alberti e la sorella Teodora. Il 19 aprile 1686, Bernardino Abenavoli e Donna Antonia Alberti di Pentedattilo, furono uniti in matrimonio.
Il Viceré Pietro Cortez informato dell’accaduto, inviò una vera e propria spedizione militare che sbarcata in Calabria, attaccò il Castello degli Abenavoli, liberando il figlio Petrillo  e catturando sette degli esecutori della strage compreso il traditore Giuseppe Scrufari. Vennero tutti decapitati e le teste appese ai merli del castello di Pentedattilo.


Pentedattilo, resti del castello
La Corte di Napoli ordinò immediatamente di dare la caccia a Bernardino Abenavoli, le truppe del Vicerè cominciarono a battere tutti gli anfratti delle campagne di Montebello e di Pentedattilo. 


Pentedattilo, rovine
Ma Bernardino Abenavoli, si professò sempre innocente, dichiarando di non essere stato mandante della strage, ma di aver voluto solo inscenare un finto rapimento per consentire ad Antonia di fuggire e sposandola far accettare agli Alberti la loro unione. 


Pentedattilo, sentiero
Grazie all’aiuto di fidati amici  raggiunse prima Malta e poi  Vienna. Nel 1692 morì in combattimento nelle fila delle milizie austriache, colpito pare da una palla di cannone.

Ci sarebbero molti aspetti da considerare e alcuni interrogativi da porre intorno a questa strage che vanno al di là della tragedia d’impronta romantica. L’espansione degli Alberti sul litorale di Melito Porto Salvo e la rete di parentele che si stava intessendo con la corte di Spagna. Il ruolo della chiesa nella vicenda, che vedeva negli Alberti una minaccia ai propri privilegi nel territorio di Melito.
Pentedattilo, vista dal borgo
Uno scenario fitto di racconti e leggende, dove inevitabilmente la storia sfuma nella narrazione melodrammatica e nel mistero dentro le stradine di Pentedattilo, cesellate nella rocca. Dove di sicuro donna Antonia nei pomeriggi di calura palpitò riparata nell’ombra.


Pentedattilo, il borgo
Ah, già! e Antonia Alberti? Finì i suoi giorni in Monastero. Avevate qualche dubbio? Tormentata dall'essere stata la causa di tanto orrore. Qualcuno racconta che ancora oggi echeggia tra i sentieri l'urlo straziante di Lorenzo Alberti, perché nessuno dimentichi mai quella notte.


Pentedattilo - Edward Lear, 1847
Unico testimone rimane il borgo di Pentedattilo, la bellezza di questo erto paesaggio sotto il cielo incontaminato.


Pentedattilo, panorama

Un breve viaggio in Calabria questo il primo di due itinerari, due solitudini. Non vi anticipo nulla del secondo. Ah, per gli amanti del mistero, sono rimasta per ascoltare il grido di Lorenzo. Nulla! Ma posso assicurarvi che lo spettacolo del sole dietro la "mano del diavolo", come chiamano in molti la rocca, lascia senza fiato. Sarà per questo che non ho sentito Lorenzo!


___________________
Fonti. D. Spanò-Bolani, Storia di Reggio Calabria. Gangemi editore.
           M. Mandalari, Note e documenti di storia calabrese, Caserta 1886. 


  • Le immagini del post sono presenti solo a scopo illustrativo. Copyright dei rispettivi aventi diritto.


  • 4 commenti :

    1. sembra finto da quanto è vero, o sembra vero da quanto è finto, interessante, però, se non fosse nero è verosimile.

      RispondiElimina
    2. Ecco... si, verosimile è una parola che mi piace "ha l’aspetto, l’apparenza della verità, e perciò potrebbe anche essere vero, o ritenuto tale e accettato per tale"

      RispondiElimina
    3. Ecco un ricordo che emerge dal mare della memoria. Grazie. Ho visitato il borgo di Pentedattilo alla fine degli anni settanta e ne conservo le fotografie. Chissà com'è ora...

      RispondiElimina
    4. Gli scatti sono della mia recente visita. La strada è adesso lastricata, un bell'intervento di conservazione. L'incanto immutato, soprattutto al tramonto.

      RispondiElimina

    Torna su